lunedì 9 agosto 2010

Magnolia (1999)

Il passato è una terra straniera. Pioggia di rospi: una calamità, una liberazione, un orrore, un miracolo. Un film sulle metafore, sui simboli, sui significati di cosa è il passato, di come influisce il nostro presente e di come ci mette alla prova per poter organizzare il nostro futuro al meglio. Il presente diventa passato troppo in fretta e il futuro è così vicino da sembrare inesistente. E allora come fare? Far pace col proprio passato non metterà le cose apposto, semplicemente donerà a tutti la parvenza di poter vivere quell'istante tra il presente e futuro e tra presente e passato con più armonia. Lo sanno bene i nove petali di una magnolia, le nove storie di Magnolia collegate da un filo sottilissimo e piccolissimo proprio a simboleggiare quanto sia labile e difficile distinguere il confine tra i tre tempi di una vita. Elegante, raffinato, forse un po' tendente all'autocompiacimento, ma un opera forte, un pungo in faccia, e un film di 9 vite che P.T.A racconta dal dentro per poi arrivare a conclusioni universali. Dal piccolo per arrivare al grande, 9 vite comuni che si trasformano in verità assolute. P.T.A. è troppo intelligente per scadere in moralismi, non c'è morale poichè nel dolore e nel rammarico c'è solo la disperazione, c'è solo la volontà di sembrare migliori e di rendere la propria vita migliore, però con la continua angoscia che il passato si fa sempre più grande e il futuro sempre più piccolo.

Random Thoughts # 5

In Questa Nostra Vita (1942)
Drammone targato Warner Bros che sfrutta senza infamia e senza lode lo star power di due signore come Bette Davis e la de Havilland. Un film sopratutto legato alla forza interpretativa della Davis e alla sua grazia "sgraziata", sa cosa fare e come dev'essere fatto, la sua spavalda sicurezza si percepisce e non è un male. Ma il film non è profondo, fatica a reggere il filo, e Huston alla sua seconda regia sembra quasi intimorito dalla potenza della Davis che anche se lasciata in tutta libertà riesce comunque ad essere precisa e mirata nell'esporre le sue emozioni. Per questo motivo, copre, purtroppo, la delicatezza di una De Havvilland ancora sotto effetto "Via Col Vento", ma che avrebbe meritato più attenzione per sviluppare un personaggio potenzialmente interessante.

Volto Di Donna (1941)
Sul volto di Joan Crawford si potrebbero scrivere fiumi di parole. Ma è questo film di Cukor che ci consente di comprendere la sua importanza, la sua bellezza struggente, la sua potenza nel poter ritrarre con durezza ma anche con dolce femminilità, il dolore della "donna". In questo caso la donna è Anna, incattività dalla società, con quella sua cicatrice che rappresenta il risultato di una società arida e indifferente al sensibile bisogno di comprensione da parte della donna, sempre vittima dell'ignoranza umana, che la vede come un pesante fascio di sentimenti ed emozioni difficile da capire e da sopportare. Joan Crawford guidata dalla mano sicura e comprensiva di Cukor (che anche cambiando registro narrativo, con tinte più drammatiche, riesce a rimanere ancora meravigliosamente sensibile e delicato), nell'irrequietudine del suo spirito, nell'irregolarità del suo volto, racconta l'Odissea di una donna con la morte nell'animo e negli occhi, ma che ritroverà la via della salvezza nella semplice potenza dell'amore e della vita stessa.

Vertigine (1944)
Non ci sono altri aggettivi per descrivere Vertigine se non erotico. Grande noir del periodo d'oro hollywoodiano, dark, nero nel senso più completo del termine. Il titolo italiano, più di quello americano, descrive il sentimento portante del film. Una vertigine dal sapore sensuale ma anche terribilmente drammatico. La tensione sale fino a livelli insostenibili del finale. Gene Tierney da mozzare il fiato, stupemda.


La Ragazza Di Campagna
Dramma strappalacrime e sentimentale che ha reso Grace Kelly una star, procurandole un meritato Oscar. Straordinaria, emozionante, bellissima. Un film che vale la pena ricordare se non altro per la bellezza delle interpretazioni. Anche Crosby in una insolita ma efficacissima aurea negativa e drammatica regala una prova convincente e intensa: riesce a dare un tocco di classe anche ad un personaggio patetico e malinconico come Frank Elgin, una prova non facile superata brillanetemente. Bravo anche William Holden ma la parte del bello e fascionoso forse cominciava a stancarlo.

sabato 7 agosto 2010

Ordet- La Parola (1954)

Un film di Carl Theodor Dreyer. Con Henrik Malberg, Emil Hass, Birgitte Federspiel, Ove Rud, Ejner Federspiel, Gerda Nielsen, Hanne Agesen, Kirsten Andreasen, Sylvia Eckhausen, Cay Kristiansen, Preben Lerdorff Rye, Ann Elisabeth Rud, Susanne Rud, Henry Skjær, Edith TraneTitolo originale . Drammatico, b/n durata 124 min. - Danimarca 1954.

Morten, il patriarca della famiglia Borgen, da sempre solido nella sua fede, vive un momento di crisi profonda nel suo rapporto con Dio a causa dell'ateismo del primo figlio Mikkel, la pazzia del secondo genito Johannes (studente delle teorie di Kierkegaard e che ora si crede il nuovo Messia) e il terzo genito Anders, che vorrebbe chiedere la mano ad una ragazza figlia di un sostenitore della confessione a lui avversa. L'unica a portare un po' di serenità nella famiglia è Inger, moglie di Mikkel, madre di due bambine ed incinta di un maschietto.

Ordet sintetizza l'opinione che Dreyer ha sulla religione; o meglio come gli uomini vedono la religione. Perchè per Dreyer la religione è in sostanza l'atteggiamento con cui l'uomo esprime la sua fede.
Se il regista danese ci aveva già abituato al mistico e alla ricerca del contatto con Dio (La Passion de Jeanne D'arc su tutto), questa volta gioca forte e mette in discussione tutti i dettami e i dogmi che la religione cristiana ha mandato avanti per più di due mila anni e porva a riportare ad una dimensione di semplicità e immediatezza quel rapporto frastagliato che lega Dio e gli uomini scomodando il miracolo dei miracoli: la resurrezione.
Dio si trova nelle cose più semplici e nella semplicità dell'uomo di saper chiedere e rivolgersi a lui. E' la lezione che Johannes, figlio di Morten ritenuto pazzo, infligge a tutta la famiglia troppo occupata dai sentimenti terreni per non riconoscere la grazia che Dio concede ogni giorno.
La cecità dell'uomo di volere sempre di più distoglie l'attenzione dalle cose essenziali ma straordinarie della vita. Il Dio di Dreyer non è necessariamente cristiano, è chiaramente un simbolo di purezza e di una coscienza libera da pregiudizi, esattamente come quella di Johannes o come quella della figlia maggiore di Mikkel e Inger, gli unici a sapersi rivolgere a Dio.
L'austerità delle ambientazioni, l'indeterminatezza dello spazio e del luogo conferisce all'opera un aspetto più solenne che si porta avanti fino ad un finale molto emotivo (quasi insolito per Dreyer abituato ad un rigore stroardinario anche nei sentimenti) in cui la sacralità e la materialità si fondono, dove l'amore divino e quello terreno si uniscono. Il miracolo non è la resurrezione ma la possibilità di ritrovare se stessi attraverso la candidezza dei gesti, e sopratutto vivere in pace con gli altri. La vita è preziosa ma anche troppo fragile per poterla sprecare nella complessità delle macchinazioni della mente umana. Lo spirito come il cuore sono due entità molto più semplici di quanto si immagini e devono essere la base di una vita serena e capace di risconoscere la bellezza delle cose che ci sono state donate.

Fuga Dalla Scuola Media (1996)


Un film di Todd Solondz. Con Christina Brucato, Eric Mabius, Heather Matarazzo Titolo originale Welcome to the Dollhouse. Drammatico, durata 87 min. - USA 1996.


Il regista Todd Solondz a metà anni 90 si fa notare prepotentemente con questo piccolo gioiello di cattiveria e acrimonia. Nel mondo quasi fatato (il titolo originale "Welcome to Dollhouse rende meglio l'idea) e perfetto della provincia americana si perpetua sulle spalle della piccola Dawn Wiener un sistema di torture psicologiche che farebbe paura al più accanito dei serial killer. Lei goffa e bruttina è in perenne competizione con la sorellina più piccola (sulla quale ha vaghe e isolate fantasie omicidie), aggraziata e simile ad una Barbie; i compagni di scuola la odiano ed è l'oggetto di scherzi di bulletti e reginette di bellezza; i genitori la ignorano completamente, ma ancor peggio nei pochi istanti in cui si accorgono della sua presenza si accaniscono su di lei scambiando il suo atteggiamento da ribelle come capricci e non come un disperato tentativo per farsi notare.
Nemmeno la cottarella per l'amico liceale del fratello maggiore riuscirà a darle un po' di sostegno.
Troverà un po' di comprensione solo nel bulletto della scuola, anche lui maltrattato da un sistema che non riesce a comprenderlo, ignorato dai genitori e stracarico di rabbia repressa che infligge sotto forma di minacce sessuali su Dawn che in realtà non sembra tanto disprezzare, perchè se non altro, c'è almeno qualcuno che si occupa di lei.
Un film che non lascia tanto all'immaginazione ed è direttissimo nella sua crudeltà. Diversi momenti di violenza (fisica ma sopratutto psicologica) che si scatenano su Dawn e che non riesce a respingere, un muro di incomprensione e indifferenza la separa da un mondo che lei vede dall'altra parte della staccionata e che non riesce toccare. Le sue fantasie, tipiche di una bambina di 11 anni, si infrangono con la dura realtà alla quale non è mai stata preparata. Un mondo di adulti indaffarati e distanti che crescono figli incattiviti e abbruttiti dalla loro indifferenza e noncuranza. La critica di Solondz è palese e molto semplice: Dawn è l'elemento che incrina il fragile equilibrio della tipica famiglia americana dalle vacanze al lago, dalla TV via cavo, dalla carta da parati color pesca e berlina nel garage, abbellita solo dalle inutili cose materiali con le quali si circonda ma completamente priva di quell'amore e pazienza che rende un casuale aggregato di persone una vera famiglia.
Senza happy-end come è giusto che sia, Dawn rimane da sola circondata da indifferenza e con la difficoltà di dover crescere senza una guida, e accerchiata da androidi tutti uguali che agiscono in modo uguale, sarà solo lei nella sua diversità ad essere quella mina pericolosa che vaga per la piccola provincia del New Jersey, pronta ad esplodere.

venerdì 16 luglio 2010

Bunny Lake E' Scomparsa (1965)

Un film di Otto Preminger. Con Carol Lynley, Keir Dullea, Laurence Olivier, Noel Coward Titolo originale Bunny Lake is Missing. Giallo, b/n durata 107 min. - Gran Bretagna 1965.
Una ragazza madre va a scuola a riprendere la figlioletta, ma la bambina è scomparsa, anzi sembra quasi che non sia mai esistita. Con l'aiuto del fratello, la donna la ricerca mentre un ispettore di polizia s'occupa del caso.

Ottto Preminger ci ha abitutato alle belle storie di suspance, fin dagli esordi noto per la sua abilità di costruire storie complesse al limite della follia ma che straordinariamente rimangono sempre nei posati limiti della normalità del racconto con una struttura formalmente classica. Bunny Lake Is Missing gioca sull'insieme dei personaggi e delle storie che si intrecciano, e costruiscono un delicato quanto elegante complesso di sensazioni ed emozioni che stordiscono e non lasciano mai vedere con chiarezza se non alla fine, il risultato conclusivo.
Thriller dalle tinte un po' cupe e grottesche, con personaggi addirittura per certi versi squallidi e contorni un po' disturbati, è una storia di suspance con un alto tasso di drammaticità. E' doveroso e anche doloroso immergersi nella storia familiare dei Lake, e non c'è niente che viene lasciato al caso, un background familiare complesso che è giusto non raccontare ma solo intuire; e la pazzia è palpabile, il dramma di Ann toglie il respiro ed è qui che sta la grande genialità di Preminger: rendere possibile che ognuno si senta parte della storia, la possegga in un certo senso.
Registicamente non ci sono grandi novità, il timbro è sempre quello, inconfondibile. Belle interpretazioni, con un Olivier ancora in grandissima forma e un duo di attori protagonisti (Lynely-Dullea) che svolgono il loro lavoro più che dignitosamente ben consapevoli della complessità dei loro personaggi.
Siamo lontani dai thriller sofisticati della vecchia Hollywood, i personaggi si fanno moralmente più scadenti e la storia priva di fasti e certamente la stanchezza del regista si fa sentire. Non è infatti il suo lavoro migliore, ma sicuramente il migliore fra gli ultimi. Il suo interesse per il torbido, e per la morte sopratutto (mentale e fisica) sono tematiche onnipresenti in ogni suo film e quando sono accompagnati da una buona storia e un buon intreccio, il risultato non può essere che soddisfacente.

mercoledì 30 giugno 2010

La Nota Blu (1991)

Un film di Andrzej Zulawski, Fr. 1991. Con Sophie Mercau, Janusz Olejniczak

Zulawski, nel bene e nel male, è stato ed è tutt'ora uno degli autori europei più importanti degli ultimi 50 anni. Stessa scuola di Polanski, diverse forme di cinema. Zulawski col tempo, ha affinato i suoi tratti distintivi di una regia incentrata sulle forme esteriori, sui colori, sulle luci, sulla forza delle sue storie spesso scioccanti. Ma quello che alcune volte manca un po' a Zulawski, e qui si vede, è la capacità di unire ad una messa in scena perfetta, una storia forte che non faccia da cornice al quadro ma che sia al contrario il quadro stesso.La Note Bleue respira sulle note di un Chopin troppo macchiettistico, e il film decolla veramente nei rari, preziosi momenti di intimità con Madame Sand. Questo sta a significare che con meno volontà di stupire, com una realizzazione forse meno urlata e meno chiassosa si sarebbe potuto raccontare una delicata storia d'amore. Ma in effetti, spesso le esigenze e i desideri di chi assiste ad un'opera sono deluse, perchè c'è la tentazione di proiettare ciò che si immagina o ciò che si vorrebbe immaginare nel film (nella storia) che si sta guardando. E allora La Note Bleue, preso per quello che è in realtà, è un nobile tentativo di unire storia e arte, è un'abile rappresentazione della società francese di metà '800, un po' antenata della Belle Epoque, a cavallo di due ere (quella moderna e contemporanea), un po' colorita e un po' movimentata, un po' gaia ma anche malinconica. Sophie Merceau brilla, maestosa, sensuale e bellissima. Janusz Olejniczak fa del suo meglio ad interpretare il sofferto e malato Chopin, ma la sua recitazione è troppo caricaturale, troppo eccitata e teatrale. In sostanza, un film dall'impressionante impatto visivo che si dilunga un po' troppo quasi dovesse rimande all'infinito il momento clou della storia, quado è l'elemento che meno viene sviluppato, l'amore tra Chopin e Madame Sand ad essere il vero pilastro e la vera rivelazione del film.

sabato 12 giugno 2010

Bright Star (2009)

Un film di Jane Campion. Con Abbie Cornish, Ben Whishaw, Paul Schneider, Kerry Fox, Edie Martin, durata 120 min. - Gran Bretagna, Australia, Francia 2009
1818. Il ventitreenne John Keats e la sua vicina di casa Fanny Brawne si conoscono, grazie all'interesse della ragazza per le sue poesie, si frequentano, si scrivono, si fidanzano, nonostante le condizioni economiche disperate del poeta. Minato dalla tubercolosi, Keats si vede costretto a partire per l'Italia, dove il clima è migliore e dove troverà la morte, nel febbraio del 1821.
John Keats è uno di quei rari esempi nella nostra storia che dimostra come la bellezza di una vita non si giudica dagli anni che ha vissuto ma dall'intensità con la quale è stata vissuta.John Keats è morto giovanissimo, ma nella sua pur breve vita è riuscito a percorrere un viaggio intenso scandagliato da momenti di forte passione e di grande dolore. L'amore che Keats provava per la vita e per l'amore stesso è descritto nelle sue poesie, impregnate di quella romantica arrendevolezza ai sentimenti e del rifiuto di pensare al mondo e alla vita solo in termini razionali. Un romanticismo fortemente ancorato a figure magiche, poetiche, edoniste lontane dal furore della ragione frutto degli strascichi dell'Illuminismo ancora presente, ma creatore di una vita ideale formata da passioni fortissime che quasi consumano l'animo umano. Passioni che, anche se negative, meritano sempre di essere vissute.Forse Keats, ancor prima di morire di tubercolosi, il male che l'accompagnò per tutta la vita, morì per un altro male: l'amore per Fanny Brawne, donna in qualche modo moderna, volitiva ma anche molto fragile, irraggiungibile che non ha niente da invidiare alla Beatrice di Dante o alla Laura di Petrarca: come loro, anche lei è stata resa immortale dai versi di un poeta.Ma se per Dante e Petrarca le loro amate rappresentavano la salvezza, per Keats la sua amata è una condanna. E proprio nel film di Jane Campion ci si sofferma su questo tragico, inevitabile, indistruttibile legame tra il poeta e Fanny, quasi a voler dimostrare che quando di una cosa si ha bisogno, anche se fa male, non ci si può mai rinunciare.Quella di Fanny è una figura femminile diversa, lontana da Beatrice o da Laura o dalla "dark lady" di Shakespeare: lei è sfuggevole non perché eterea nella sua natura, ma perché è tanto forte quanto lo sono le parole che la descrivono, è anche lei autrice e artefice di quei versi nella stessa misura del poeta e Keats si rende conto che pur sentendola sua, pur avendola fatta sua nelle proprie poesie non riuscirà mai a possederla veramente. Jane Campion non è nuova a questo genere di racconti di donne e di femminilità e anche questa volta non dimentica il lato forte della personalità della sua protagonista, come non dimentica la sua sensibilità e il suo sconforto nel dover vivere in un'epoca che non rispecchia e non rispetta la propria personalità. Ma come Ada, Isabel, Ruth, anche la sua Fanny rinnega l'unica persona in grado di capirla per paura di rimanere intrappolata non solo in un amore drammatico ma in una comprensione che molto probabilmente la priverebbe della sua libertà e in un certo senso anche del suo disagio che per lei è quasi essenziale. La regista neozelandese ci sa fare con le sue protagoniste e dirige una splendida Abbie Cornish: la sua Fanny diventa il centro assoluto della vicenda, il punto cardine attorno al quale gira l'intero film, e i suoi vestiti, la sua voce, la natura, le immense distese di fiori nei quali cerca conforto, sono tutte parti di essa e sono un eccellente contorno ad una storia d'amore irrealizzabile. Se per Keats Fanny è necessaria, per lei è necessario vivere nella sua natura di creatura inquieta e libera. Entrambi schiacciati da due mali che impediscono loro di esprimersi completamente e di vivere realmente l'amore. Due opposti che si attraggono per la forza di gravità delle loro solitudini ma pur desiderandosi, quasi inconsciamente, sanno di non poter rimanere insieme: Fanny a causa della sua natura, Keats a causa della sua malattia e della sua condizione economica. E la consapevolezza di un amore destinato a finire ci ha regalato molti dei versi più belli della letteratura inglese e mondiale. Tante sono le poesie che Keats, direttamente o indirettamente, ha dedicate a Fanny, ma quasi certamente tutto il suo lavoro è stato dedicato alla vita e al dolore che essa spesso provoca quando la si vive troppo intensamente: "Spesso il piacere è un ospite passeggero, ma il dolore ci avvinghia crudelmente" .


PUBBLICATO SU LOUDVISION.IT (11/06/2010)